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Eleonora☆stellina....L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi... January 10 1984 OrwellLo guardò per un istante, poi si portò la mano alla chiusura lampo della tuta. Fu quasi come nel sogno. Ve-locemente, quasi come lui l'aveva immaginato nelle sue fantasticherie, si era spogliata, gettando via gli abiti con quello stesso, magnifico gesto che nel sogno gli era parso annullare un'intera civiltà. Il suo bianco corpo splendeva al sole, ma per un attimo Winston non lo guardò, ammaliato da quel volto coperto di lentiggini e da quel sorriso appena accennato ma spa-valdo. S'inginocchiò accanto a lei, prendendole le mani fra le sue. «Lo hai già fatto prima?» «Naturalmente. Centinaia di volte... dozzine di volte, diciamo.» «Con membri del Partito?» «Sì, sempre con membri del Partito.» «Con membri del Partito Interno?» «No, con quei porci no, ma ce ne sono a decine che lo farebbero eccome, se ne avessero l'occasione. Non sono così puri di spirito come vogliono fa-re intendere.» Il cuore di Winston ebbe un balzo. Dunque Julia lo aveva fatto dozzine di volte. Bene, avrebbe voluto che lo avesse fatto centinaia, migliaia di volte. Tutto ciò che lasciava trasparire corruzione gli trasmetteva una spe-ranza sfrenata. Chissà, forse sotto la superficie il Partito era marcio, forse il suo culto della fermezza e della rinuncia era una mistificazione che serviva solo a occultare l'iniquità. Con quanta gioia, se ne avesse avuto i poteri, a-vrebbe inoculato la lebbra o la sifilide in tutto il Partito! Con quanta gioia avrebbe fatto uso di tutto ciò che potesse farlo imputridire, infiacchire, che potesse minarne le fondamenta! L'attirò giù. Erano in ginocchio, faccia a faccia. «Ascolta. Più sono gli uomini che hai avuto e più ti amo. Capisci quel che voglio dire?» «Perfettamente.» «Odio la purezza, odio la bontà! Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo.» «E allora, caro, dovrei essere proprio il tipo che fa per te, perché io sono corrotta fino al midollo.»«Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l'amore in quanto tale.» «L'adoro.» Era soprattutto questo che voleva sentirle dire. Non il semplice amore per una persona, ma l'istinto animale, il desiderio indifferenziato, nudo e crudo. Era questa la forza che avrebbe mandato il Partito in pezzi. December 17 un uomo..November 10 La fine di Alice
[…]La sua camicia da notte, come gran parte del suo guardaroba, le va stretta, è troppo piccola. È strappata sul collo per impedirle di soffocare e anche ai polsi; le maniche sono così corte che le finiscono quasi al gomito. «Sono cresciuta cinque centimetri quest'anno», dice lei, notando il mio interesse. «In corsa per il record mondiale.» Con lei voglio farlo come lo si farebbe con una vera amante, scoparla con rabbia, stimolando un appetito da colazione bestiale e poi tornare a letto, farlo di nuovo, svegliandosi infine alle due o alle tre, mangiare, nutrirsi a vicenda nel letto come uccellini da nido, scopare di nuovo, poi dormire fino all'ora di cena nel conforto di una ritrovata familiarità. […] September 30 La solitudine dei numeri primi
[...]Furono gli altri ad accorgersi per primi di quello che Alice e Mattia avrebbero capito solo molti anni più avanti. Entrarono nella stanza tenendosi per mano. Non sorridevano e i loro sguardi seguivano traiettorie divergenti, ma era come se i loro corpi fluissero con continuità l'uno nell'altro, attraverso le braccia e le dita a contatto. Il contrasto marcato tra i capelli chiari di Alice, che ne incorniciavano la pelle del viso troppo pallida, e quelli scuri di Mattia, arruffati in avanti a nascondergli gli occhi neri, si annullava in quell'arco sottile che li congiungeva. C'era uno spazio comune tra di loro, i cui confini non erano ben delineati, dove sembrava non mancare nulla e dove l'aria pareva immobile, imperturbata. Alice lo precedeva di un passo e la trazione debole di Mattia ne equilibrava la cadenza, annullando le imperfezioni della sua gamba difettosa. Lui si lasciava trasportare e i suoi piedi non facevano rumore sulle piastrelle. Le sue cicatrici erano nascoste e al sicuro dentro la mano di lei. Si fermarono sulla soglia della cucina, un po' distanti dal gruppetto di ragazze e da Denis. Cercarono di capire quello che stava succedendo. Avevano un'aria trasognata, come se arrivassero da un posto lontano, che conoscevano solo loro. September 22 Chesil Beach
[…]Non aveva voglia di riconoscerla in una fotografia , e di constatare gli effetti del tempo, o di scoprire dettagli sulla sua vita privata. Preferiva custodirla come era nei suoi ricordi, con il fiore di tarassaco nell’asola della camicetta e il nastro di velluto nei capelli, la sacca di tela sulle spalle, e quella sua faccia dalle ossa grandi e il bel sorriso sincero. Se pensava a lei, si stupiva un po’ di aver lasciato andare via quella ragazza con il violino. Ormai ovviamente sapeva che la sua proposta di tenersi in disparte era piuttosto pretestuosa. Le occorreva soltanto essere certa che lui la amasse, sentirsi rassicurare sul fatto che non esisteva alcuna fretta , avendo un’intera vita davanti. Amore e pazienza li avrebbero di certo aiutati a superare ogni cosa. E allora chissà quali figli mai nati avrebbero avuto la loro occasione, quale meraviglia di bambina con la fascetta nei capelli sarebbe diventata il suo tesoro di casa. Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere … dal non fare qualcosa. A Chesil Beach, Edward avrebbe potuto richiamare Florence, o seguirla. Non sapeva, e nemmeno avrebbe voluto scoprirlo, che correndo lontano sicura nella sua disperazione, di essere sul punto di perderlo Florence non si era mai sentita tanto innamorata e sgomenta, e che il suono della sua voce l’avrebbe raggiunta come una salvezza, che si sarebbe senz’altro voltata. Edward invece era rimasto impassibile nel suo silenzio virtuoso, in quel crepuscolo estivo, a guardarla correre via verso la spiaggia. La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo
E’ dura essere quella che rimane. July 24 ...Angelica...June 02 DestroyDestroy
August 28 ...La pioggia non spegne il desiderio...<<… Lei lo baciò di nuovo, prima un labbro poi l'altro, vicino alla fossetta, lungo il mento, lo baciò per trovare nel sapore della sua bocca la forza di spingersi oltre, ed entrambi pensavano ai loro sessi nascosti, quei baci erano un rinvio, una breve latenza, lei si muoveva delicata sopra di lui, gli sfiorava il petto con i seni, avanti e indietro lentamente la punta dei seni tesi su quel territorio sconosciuto, non sapeva se gli piacesse, non sapeva ancora che cosa gli piacesse, chissà se avrebbe scoperto che cosa lo faceva vacillare impazzire, chissà se c'erano dei segreti dei gesti per impedirgli di dimenticare di averla stretta tra le braccia, lei e nessun'altra, per cui non avrebbe piú potuto varcare le cancellate dei Jardins du Luxembourg senza che il suo corpo ricordasse. Prima di lui. Prima della consapevolezza, dell'intervento della memoria. Senza che il suo corpo le fosse riconoscente... … Lui le passava le mani sui fianchi e sulla schiena, a lei la propria schiena piaceva, chissà se anche a lui sarebbe piaciuta, l’arco dei suoi lombi e le fossette appena sopra la curva del culo. La stava accarezzando in attesa di trovare i coraggio di spogliarsi del tutto o aveva anche voglia di conoscerla?...>>
Véronique Olmi August 23 ...BUIO... 21/07/07
… Si aprono speranze chiuse nelle cicatrici che grattavi
Sogni, sogni che è vero
Lasci il sole sbattere, sbiadisce il nero in cui ti nascondevi
E senti i passi lenti non ti importa se violenti o no, cosciente tu ti lasci
avvicinare
Tu sei di nuovo lì
No, non è difficile, baciarla ad occhi chiusi, trovarle spazi di memoria
No, non è facile spiegarle che rimarginare il tempo è un’utopia di comodo
Strati di confusione
Avanzi a fari spenti, ti muovi vago ma sai già la direzione
Strade, neri sentieri
Percorsi che conosci ma l’unico riferimento è l’odore
E se la conoscessi a fondo avresti un alibi con cui scappare
July 30 ...sapevo...
Sapevo che saresti venuto, siediti.”
Carlo si guardò intorno spaesato, non voleva perdersi un centimetro della casa di lei, erano troppe le cose che voleva i suoi occhi focalizzassero. La prima cosa che aveva notato era stata una pesante libreria di legno scuro, piena zeppa di libri e di oggetti vagamente orientali. Non aveva mai pensato a Sammy nelle vesti di un’adulta che organizza la sua vita.
“Ciao.” Carlo sfoderò il suo sorriso migliore, quello che utilizzava nei giorni in cui nel suo studio c’erano clienti importanti.
Ma la reazione di Samantha non arrivò. Lo guardò fisso, fronteggiandolo. Carlo allora cercò un posto in cui sedersi, c’era il divano di lei e le sedie del tavolino. Ne prese una e la accostò al divano su cui lei si era appena seduta.
“Sam…”
“Carlo.”
“Non mi chiedi come mai sono qui?”
“Se avessi creduto che c’è un qualunque motivo per cui dovresti esserci te lo avrei già chiesto. Smettila di guardarmi così.”
“Come ti guardo?”
“Non so..così…” Sammy fece un gesto con le mani per indicarlo.
Carlo guardò i pantaloni neri felpati di Sammy e il modo in cui muoveva nervosa i fianchi su quel divano rosso lo indusse per la prima volta a chiedersi se lei aveva voglia di vederlo.
“Sei cresciuta.”
“Era inevitabile che accadesse, immagino” Il tono della voce di Sammy era stridulo e stanco.
Lei prese con entrambe le mani i capelli, e li mise dietro le spalle.
“Già, sai ti ho vista quella sera.”
“Altrimenti non saresti qui.” Carlo si alzò e si tolse la giacca elegante appoggiandola sullo schienale della sedia, non lo fece nel modo in cui la situazione lo richiedeva, ma la prese con cura facendo corrispondere una manica all’altra.
“ Si, quella sera non abbiamo…bhè…” Si allentò il tono della cravatta bordeaux.
“Non abbiamo?”
“Non abbiamo gestito la situazione come due adulti.”
Sammy rise in maniera isterica.
“Da adulti?”
Lei aggrottò le sopracciglia.
Carlo deglutì. “Non ci siamo stretti la mano, per esempio, non ci siamo chiesti come stavamo…”
Samantha lo interruppe, “Capisco, come stai Carlo?” Il suo tono era sarcastico.
Carlo non aveva parole. Sembrava che lei non avesse nulla della bambina che aveva conosciuto, della ragazza che aveva toccato dappertutto.
C’era una donna davanti a lui che non aveva coscienza del passato.
Tutto era sempre stato una tensione verso di lei, ed ora che l’oggetto del suo invisibile movimento gli stava davanti e compiva dei gesti come toccarsi le mani e spostarsi i capelli Carlo si chiese verso cosa aveva fino ad allora corso.
Erano circa le sei di sera, il sole ancora resisteva, ancora illuminava bene la stanza.
Poi all’improvviso si mise seduto accanto a lei sul divano, istintivamente Samantha si spinse di lato.
Un crampo dovuto probabilmente al ciclo le fece fare una smorfia.
Immediatamente Carlo toccò la mano che lei aveva di nuovo portato verso il grembo.
Rimasero a fissarsi, gli occhi di lui cercavano qualcosa da rubare, un barlume che avrebbe riscaldato la sua anima nelle notti gelide.
“Dammi una speranza.” La voce dell’uomo non era che un sussurro rauco, una richiesta dolorosa che sembrava essere partita da molto lontano.
La sua mano ancora teneva quella di lei, sembrava averla inghiottita, la mano della donna invece tremava.
“Ma…” Gli occhi di lei umidi, accesi, le guance rosso sangue.
Da qualche parte non lontano da quella casa una macchina fece suonare l’allarme.
Le dita di lui percorsero lentamente il profilo di lei, passarono sul suo naso morbido, sulle labbra leggermente aperte. Lei per quanto vi fosse qualcosa che oltre ad attrarla la spingeva a scappare assecondò quei movimenti, si lasciò toccarle il viso da quelle dita lente, familiari.
“Accidenti lumaca ti vuoi muovere?” La ragazzina correva veloce davanti a lui, le risate si confondevano col sapore della notte.
Un ragazzo alto più o meno come lei stava tentando di raggiungerla.
“Se non ti sbrighi non ne vedremo neppure una….lumacaaa” e lei rideva e ancora rideva.
“Ma non fa troppo freddo?”
“Macché, è estate, dov’è il barattolo?”
Il profilo degli alberi si stagliava fiducioso accanto a loro.
“Eccolo” Ma il ragazzo non la pensava come lei, mimò un sonoro “brrr”.
Avevano entrambi le ginocchia felicemente sbucciate.
“Guarda, eccola lì, anzi guarda, eccole guarda quante.” La ragazza fece la bocca a “o” allungando la frase.
“Non riusciremo mai a prenderle, sii ragionevole.”
“Affatto” E quel viso buffo fece una faccia dispettosa.
Alla luce delle lucciole che ancora non avevano preso risaltarono le leggere lentiggini.
“Non ne prenderemo neppure una, e anzi io in compenso prenderò un raffreddore.”
La ragazza gli diede una spinta col braccio abbronzato, lui rise. In realtà non le importava un accidente del raffreddore e del fatto che prendere una lucciola con quel contenitore era quasi impossibile. Ricambiò la spinta ridendo. Lei aprì il barattolo appoggiando il piccolo coperchio bianco sulla terra molle.
“Allora, appena ne vediamo una, io la metto nel barattolo, e tu ci metti la tua mano sopra così non scappa.” La ragazzina proferì questo con la massima serietà.
“Perché la mia di mano?”
“A me fa senso…”
“Bene, e cosa ti fa pensare che io lo farò?”
Lei allora si avvicinò, odore di resina, rosmarino e fragola. Fece aderire le sue labbra a quelle di lui, le lingue pigramente si toccarono, le scarpe di tela di lei fecero gracchiare un legnetto.
Improvvisamente lei si staccò.
“D’accordo, lo farò.”
“Lo so.” Lei iniziava a sperimentare il sapore di una malizia che non c’era.
Alla fine riuscirono a farlo.
Si sdraiarono con il barattolo per terra.
I giacchetti di jeans sotto la testa, gli occhi in alto e una lucciola che sbatteva le ali in un barattolo poco distante.
“Ci siamo riusciti” Lui era incredulo.
“Noi possiamo fare tutto.” E guardarono quell’animaletto che illuminava tenuemente il posto in cui erano seduti.
“Credi nelle fate?” Sammy si girò e guardò fisso Carlo.
“No.” Lui aveva un sorriso beato, appagato.
“Eppure, non ti sembra che in una notte come questa non ci sarebbe nulla di male a credere nelle fate?” Nella voce di lei una supplica.
“Quando ero piccola mi sembrava che le favole potessero convivere con me, le streghe, le fate, i folletti… la realtà e la fantasia non sembravano distinte. E stasera con te, in questo bosco, mi sembra che questo sia ancora possibile.”
E lanciò uno sguardo alla lucetta che avevano intrappolato, a quel riflesso che prima o poi avrebbero dovuto liberare e restituire alla notte.
“Sam non ti spaventano i giorni in cui penseremo che imprigionare una lucciola non sia possibile?”
Le lingue dell’uomo e della donna si incontrarono, dolcemente, lui sussultò.
Le mani di lui scesero sulla pancia, la toccava come se avesse paura di distruggerla , il palmo della mano si fermò a lungo vicino all’ombellico di lei.
Sam sentiva il calore di quel palmo ed ebbe l’irragionevole paura che lui le stesse rubando la poca energia che le era rimasta.
June 16 A mia nonna e alle sue storie da raccontare...“… Noi abbiamo bisogno di aria per respirare, di acqua per bere, noi soffochiamo senz’aria e senz’acqua: allora perché andare? Perché?” “Per la stessa ragione che ci fa mettere al mondo i figli. Perché abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale. Non vorremmo morire: però la morte esiste, e , poiché esiste, partoriamo figli che partoriranno altri figli che partoriranno altri figli, all’infinito, e questo ci regala all’eternità. Non dimentichiamolo: la Terra può morire, può esplodere, il Sole può spengersi, si spengerà. E se il Sole muore, se la Terra muore, se la nostra razza muore con la Terra e col Sole, allora anche ciò che abbiamo fatto fino a quel momento muore. E muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo, e muore Leonardo, e muore Shakespeare, e muore Einstein, e muoiono tutti coloro che non sono morti perché noi viviamo, perché noi li pensiamo, perché noi li portiamo dentro e addosso. E allora ogni cosa, ogni ricordo, precipita nel buoi con noi. Salviamoli, dunque, salviamoci.
Prepariamoci a scappare, scappiamo per continuare la vita su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti le nostre città: non saremo a lungo terrestri! E se davvero temiamo il buio, se davvero lo combattiamo, allora, per il bene di tutti, prendiamo i nostri razzi, abituiamoci al gran freddo, al gran caldo, all’acqua che non c’è, all’ossigeno che non c’è, diventiamo marziani su Marte, venusiani su Venere, e quando anche Marte morirà, quando anche Venere morirà, andiamo in altri sistemi solari, su Alfa Centauri, ovunque riusciremo ad andare, e scordiamo la Terra. Scordiamo il nostro sistema solare, scordiamo il nostro corpo, la forma che aveva, queste braccia queste gambe questi occhi, diventiamo non importa come, diventiamo licheni, insetti, sfere di fuoco, non importa cosa, importa solo che in qualche modo la vita continui, e con la vita continui la coscienza di ciò che fummo e facemmo e imparammo: la coscienza di Omero, la coscienza di Michelangelo, la coscienza di Galileo, di Leonardo, Shakespeare, di Einstein! E il dono della vita continuerà in eterno.” Oriana Fallaci "Se il sole muore".
April 05 Da "nell'anima mia"
Sopportai la sua condotta errabonda con più pazienza di quanto sarebbe stato ragionevole,perché avevo la mente offuscata e il corpo ardeva inquieto,come sempre mi succede quando c'è di mezzo l'amore. Juan mi faceva ridere,mi divertiva con canzoni e versi audaci,mi addolciva a baci. Gli bastava sfiorarmi per trasformare il mio pianto in sospiri e la mia collera in desiderio.Com'è accomodante l'amore che perdona qualsiasi cosa! Non ho dimenticato il nostro primo abbraccio,nascosti tra gli arbusti di un bosco. Era estate e la terra palpitava,tiepida,fertile,odorosa di alloro. Ci allontanammo da Plasencia e scendemmo la collina. Ci ritrovammo al fiume e corremmo mano nella mano verso la boscaglia dove trovammo un luogo lontano dal sentiero. Juan raccolse delle foglie,si tolse la giubba perché mi ci potessi sedere sopra e poi mi insegnò senza nessuna fretta le cerimonie del piacere. Ci eravamo portati una bottiglia di vino che bevemmo a maliziose sorsate uno dalla bocca dell'altro. Baci,vino,risate,il calore sprigionato dalla terra e noi innamorati. Mi tolse la blusa e la camicia e mi leccò i seni dicendo che sembravano pesche dolci e mature. E continuò a esplorarmi con la lingua fino a che credetti di morire di piacere e d'amore. Ricordo che si sdraiò supino sulle foglie e volle che lo cavalcassi,nuda,umida di sudore e di desiderio,perché dovevo essere io a imporre il ritmo alla nostra danza. Così a poco a poco,come per gioco,senza paura né dolore. In un momento di estasi alzai gli occhi verso la verde cupola del bosco e,oltre,verso il cielo ardente dell'estate,gridai a lungo per pura e semplice allegria. In assenza di Juan la passione mi si raffreddava,l'ira mi infiammava e decidevo di cancellarlo dalla mia vita;ma immediatamente ricompariva con una scusa qualunque e le sue sapienti mani da grande amatore mi costringevano a cedere. E così ricominciava un identico ciclo:seduzione,promesse,resa,la gioia dell'amore e la sofferenza di una nuova separazione. Sapevo perfettamente grazie ai consigli di mia sorella e delle sue amiche che il modo migliore per dominare un uomo è negargli i propri favori,ma nemmeno una santa martire sarebbe stata in grado di resistere a Juan de Malaga. Ero io a cercare le occasione per stare da sola con lui e fare l'amore ovunque,non solo dietro le porte. Aveva un talento straordinario,che non ho più ritrovato in nessun uomo,per rendermi felice in qualsiasi posizione e in pochi minuti. Il mio piacere gli interessava più del suo. Imparò la mappa del mio corpo e me la insegnò affinché potessi anche goderne da sola.
"MA QUANTO SEI BELLA" mi ripeteva.
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