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    January 10

    1984 Orwell

    Lo guardò per un istante, poi si portò la mano alla chiusura lampo della tuta. Fu quasi come nel sogno. Ve-locemente, quasi come lui l'aveva immaginato nelle sue fantasticherie, si era spogliata, gettando via gli abiti con quello stesso, magnifico gesto che nel sogno gli era parso annullare un'intera civiltà. Il suo bianco corpo splendeva al sole, ma per un attimo Winston non lo guardò, ammaliato da quel volto coperto di lentiggini e da quel sorriso appena accennato ma spa-valdo. S'inginocchiò accanto a lei, prendendole le mani fra le sue.

    «Lo hai già fatto prima?»

    «Naturalmente. Centinaia di volte... dozzine di volte, diciamo.»

    «Con membri del Partito?»

    «Sì, sempre con membri del Partito.»

    «Con membri del Partito Interno?»

    «No, con quei porci no, ma ce ne sono a decine che lo farebbero eccome,

    se ne avessero l'occasione. Non sono così puri di spirito come vogliono fa-re intendere.»

    Il cuore di Winston ebbe un balzo. Dunque Julia lo aveva fatto dozzine di volte. Bene, avrebbe voluto che lo avesse fatto centinaia, migliaia di volte. Tutto ciò che lasciava trasparire corruzione gli trasmetteva una spe-ranza sfrenata. Chissà, forse sotto la superficie il Partito era marcio, forse il suo culto della fermezza e della rinuncia era una mistificazione che serviva solo a occultare l'iniquità. Con quanta gioia, se ne avesse avuto i poteri, a-vrebbe inoculato la lebbra o la sifilide in tutto il Partito! Con quanta gioia avrebbe fatto uso di tutto ciò che potesse farlo imputridire, infiacchire, che potesse minarne le fondamenta! L'attirò giù. Erano in ginocchio, faccia a faccia.

    «Ascolta. Più sono gli uomini che hai avuto e più ti amo. Capisci quel che voglio dire?»

    «Perfettamente.»

    «Odio la purezza, odio la bontà! Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo.»

    «E allora, caro, dovrei essere proprio il tipo che fa per te, perché io sono corrotta fino al midollo.»

    «Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l'amore in quanto tale.»

    «L'adoro.»

    Era soprattutto questo che voleva sentirle dire. Non il semplice amore per una persona, ma l'istinto animale, il desiderio indifferenziato, nudo e crudo. Era questa la forza che avrebbe mandato il Partito in pezzi.

    December 20

    ...

     

     
    Ognuno fa quello che può.
     

    November 10

    La fine di Alice

     

     

    […]La sua camicia da notte, come gran parte del suo guardaroba, le va stretta, è troppo piccola. È strappata sul collo per impedirle di soffocare e anche ai polsi; le maniche sono così corte che le finiscono quasi al gomito.

    «Sono cresciuta cinque centimetri quest'anno», dice lei, notando il mio interesse. «In corsa per il record mondiale.»

      Con lei voglio farlo come lo si farebbe con una vera amante, scoparla con rabbia, stimolando un appetito da colazione bestiale e poi tornare a letto, farlo di nuovo, svegliandosi infine alle due o alle tre, mangiare, nutrirsi a vicenda nel letto come uccellini da nido, scopare di nuovo, poi dormire fino all'ora di cena nel conforto di una ritrovata familiarità. […]

     
    September 30

    La solitudine dei numeri primi

    [...]Furono gli altri ad accorgersi per primi di quello che Alice e Mattia avrebbero capito solo molti anni più avanti. Entrarono nella stanza tenendosi per mano. Non sorridevano e i loro sguardi seguivano traiettorie divergenti, ma era come se i loro corpi fluissero con continuità l'uno nell'altro, attraverso le braccia e le dita a contatto.

    Il contrasto marcato tra i capelli chiari di Alice, che ne incorniciavano la pelle del viso troppo pallida, e quelli scuri di Mattia, arruffati in avanti a nascondergli gli occhi neri, si annullava in quell'arco sottile che li congiungeva. C'era uno spazio comune tra di loro, i cui confini non erano ben delineati, dove sembrava non mancare nulla e dove l'aria pareva immobile, imperturbata.

    Alice lo precedeva di un passo e la trazione debole di Mattia ne equilibrava la cadenza, annullando le imperfezioni della sua gamba difettosa. Lui si lasciava trasportare e i suoi piedi non facevano rumore sulle piastrelle. Le sue cicatrici erano nascoste e al sicuro dentro la mano di lei.

    Si fermarono sulla soglia della cucina, un po' distanti dal gruppetto di ragazze e da Denis. Cercarono di capire quello che stava succedendo. Avevano un'aria trasognata, come se arrivassero da un posto lontano, che conoscevano solo loro.

    September 22

    Chesil Beach

     

    […]Non aveva voglia di riconoscerla in una fotografia , e di constatare gli effetti del tempo, o di scoprire dettagli sulla sua vita privata. Preferiva custodirla come era nei suoi ricordi, con il fiore di tarassaco nell’asola della camicetta e il nastro di velluto nei capelli, la sacca di tela sulle spalle, e quella sua faccia dalle ossa grandi e il bel sorriso sincero.

    Se pensava a lei, si stupiva un po’ di aver lasciato andare via quella ragazza con il violino. Ormai ovviamente sapeva che la sua proposta di tenersi in disparte era piuttosto pretestuosa. Le occorreva soltanto essere certa che lui la amasse, sentirsi rassicurare sul fatto che non esisteva alcuna fretta , avendo un’intera vita davanti. Amore e pazienza li avrebbero di certo aiutati a superare ogni cosa. E allora chissà quali figli mai nati avrebbero avuto la loro occasione, quale meraviglia di bambina con la fascetta nei capelli sarebbe diventata il suo tesoro di casa. Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere … dal non fare qualcosa.

    A Chesil Beach, Edward avrebbe potuto richiamare Florence, o seguirla. Non sapeva, e nemmeno avrebbe voluto scoprirlo, che  correndo lontano sicura nella sua disperazione, di essere sul punto di perderlo Florence non si era mai sentita tanto innamorata e sgomenta, e che il suono della sua voce l’avrebbe raggiunta come una salvezza, che si sarebbe senz’altro voltata. Edward invece era rimasto impassibile nel suo silenzio virtuoso, in quel crepuscolo estivo, a guardarla correre via verso la spiaggia.

    La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo

     

     

    E’ dura essere quella che rimane.
    Mi tengo occupata. Così il tempo passa più veloce.
    Vado a dormire da sola e mi sveglio da sola. Faccio passeggiate. Lavoro fino a stancarmi. Osservo il vento giocare con la robaccia rimasta sepolta tutto l’inverno sotto la neve. Finché non ci si pensa sembra semplice. Perché l’assenza intensifica l’amore?
    Tanto tempo fa, quando gli uomini andavano per mare, le donne li aspettavano sulla spiaggia scrutavano l’orizzonte in cerca della piccola imbarcazione. Adesso io aspetto Henry. Lui scompare senza preavviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto scorre lento, trasparente come vetro. Attraverso ogni minuto vedo un’infinità di minuti in fila, in attesa. Perché se ne va dove io non posso seguirlo?

    July 24

    ...Angelica...

     

     

      ...Odia la donna, odia l’uomo, odia quel desiderio che sa di peccato, e il peccato perché è buono, sa di ciliegia ..

    June 02

    Destroy

    Destroy
     


    "So che mi stai pensando. Da 15 minuti. Da 30 minuti. Mi pensi. Lo sento. Voglio sia così. Tu innamorato di me. Non sono un'amante o qualsiasi cosa tu voglia. Penso al romantico come a qualcosa di estremamente violento. Violento. Mi vorresti presente, libera dai miei sogni, ma non sono altro che un'impalpabile emozione, una dislessica professionista del nulla.".

                                                                                                                                                                    Isabella Santacroce

    August 28

    ...La pioggia non spegne il desiderio...

    <<Lei lo baciò di nuovo, prima un labbro poi l'altro, vicino alla fossetta, lungo il mento, lo baciò per trovare nel sapore della sua bocca la forza di spingersi oltre, ed entrambi pensavano ai loro sessi nascosti, quei baci erano un rinvio, una breve latenza, lei si muoveva delicata sopra di lui, gli sfiorava il petto con i seni, avanti e indietro lentamente la punta dei seni tesi su quel territorio sconosciuto, non sapeva se gli piacesse, non sapeva ancora che cosa gli piacesse, chissà se avrebbe scoperto che cosa lo faceva vacillare impazzire, chissà se c'erano dei segreti dei gesti per impedirgli di dimenticare di averla stretta tra le braccia, lei e nessun'altra, per cui non avrebbe piú potuto varcare le cancellate dei Jardins du Luxembourg senza che il suo corpo ricordasse. Prima di lui. Prima della consapevolezza, dell'intervento della memoria. Senza che il suo corpo le fosse riconoscente...

    … Lui le passava le mani sui fianchi e sulla schiena, a lei la propria schiena piaceva, chissà se anche a lui sarebbe piaciuta, l’arco dei suoi lombi e le fossette appena sopra la curva del culo. La stava accarezzando in attesa di trovare i coraggio di spogliarsi del tutto o aveva anche voglia di conoscerla?...>>

     

                                                                                                              Véronique Olmi  

     
     
     
    August 23

    ...BUIO...

     

                                21/07/07                                                                

                       … Si aprono speranze chiuse nelle cicatrici che grattavi

                      Sogni, sogni che è vero

                      Lasci il sole sbattere, sbiadisce il nero in cui ti nascondevi

                      E senti i passi lenti non ti importa se violenti o no, cosciente tu ti lasci

                      avvicinare

     

                      Tu sei di nuovo lì

     

                      No, non è difficile, baciarla ad occhi chiusi, trovarle spazi di memoria

     

                      No, non è facile spiegarle che rimarginare il tempo è un’utopia di comodo

     

                      Strati di confusione

     

                      Avanzi a fari spenti, ti muovi vago ma sai già la direzione

     

                      Strade, neri sentieri

     

                      Percorsi che conosci ma l’unico riferimento è l’odore

     

                      E se la conoscessi a fondo  avresti un alibi con cui scappare

     

                     

     
     
     
    July 30

    ...sapevo...

    Sapevo che saresti venuto, siediti.”

    Carlo si guardò intorno spaesato, non voleva perdersi un centimetro della casa di lei, erano troppe le cose che voleva i suoi occhi focalizzassero. La prima cosa che aveva notato era stata una pesante libreria di legno scuro, piena zeppa di libri e di oggetti vagamente orientali. Non aveva mai pensato a Sammy nelle vesti di un’adulta che organizza la sua vita.

    “Ciao.” Carlo sfoderò il suo sorriso migliore, quello che utilizzava nei giorni in cui nel suo studio c’erano clienti importanti.

    Ma la reazione di Samantha non arrivò. Lo guardò fisso, fronteggiandolo. Carlo allora cercò un posto in cui sedersi, c’era il divano di lei e le sedie del tavolino. Ne prese una e la accostò al divano su cui lei si era appena seduta.

    “Sam…”

    “Carlo.”

    “Non mi chiedi come mai sono qui?”

    “Se avessi creduto che c’è un qualunque motivo per cui dovresti esserci te lo avrei già chiesto. Smettila di guardarmi così.”

    “Come ti guardo?”

    “Non so..così…” Sammy fece un gesto con le mani per indicarlo.

    Carlo guardò i pantaloni neri felpati di Sammy e il modo in cui muoveva nervosa i fianchi su quel divano rosso lo indusse per la prima volta a chiedersi se lei aveva voglia di vederlo.

    “Sei cresciuta.”

    “Era inevitabile che accadesse, immagino” Il tono della voce di Sammy era stridulo e stanco.

    Lei prese con entrambe le mani i capelli, e li mise dietro le spalle.

    “Già, sai ti ho vista quella sera.”

    “Altrimenti non saresti qui.” Carlo si alzò e si tolse la giacca elegante appoggiandola sullo schienale della sedia, non lo fece nel modo in cui la situazione lo richiedeva, ma la prese con cura facendo corrispondere una manica all’altra.

    “ Si, quella sera non abbiamo…bhè…” Si allentò il tono della cravatta bordeaux.

    “Non abbiamo?”

    “Non abbiamo gestito la situazione come due adulti.”

    Sammy rise in maniera isterica.

    “Da adulti?”

    Lei aggrottò le sopracciglia.

    Carlo deglutì. “Non ci siamo stretti la mano, per esempio, non ci siamo chiesti come stavamo…”

    Samantha lo interruppe, “Capisco, come stai Carlo?” Il suo tono era sarcastico.

    Carlo non aveva parole. Sembrava che lei non avesse nulla della bambina che aveva conosciuto, della ragazza che aveva toccato dappertutto.

    C’era una donna davanti a lui che non aveva coscienza del passato.

    Tutto era sempre stato una tensione verso di lei, ed ora che l’oggetto del suo invisibile movimento gli stava davanti e compiva dei gesti come toccarsi le mani e spostarsi i capelli Carlo si chiese verso cosa aveva fino ad allora corso.

    Erano circa le sei di sera, il sole ancora resisteva, ancora illuminava bene la stanza.

    Poi all’improvviso si mise seduto accanto a lei sul divano, istintivamente Samantha si spinse di lato.

    Un crampo dovuto probabilmente al ciclo le fece fare una smorfia.

    Immediatamente Carlo toccò la mano che lei aveva di nuovo portato verso il grembo.

    Rimasero a fissarsi, gli occhi di lui cercavano qualcosa da rubare, un barlume che avrebbe riscaldato la sua anima nelle notti gelide.

    “Dammi una speranza.” La voce dell’uomo non era che un sussurro rauco, una richiesta dolorosa che sembrava essere partita da molto lontano.

    La sua mano ancora teneva quella di lei, sembrava averla inghiottita, la mano della donna invece tremava.

    “Ma…” Gli occhi di lei umidi, accesi, le guance rosso sangue.

    Da qualche parte non lontano da quella casa una macchina fece suonare l’allarme.

    Le dita di lui percorsero lentamente il profilo di lei, passarono sul suo naso morbido, sulle labbra leggermente aperte. Lei per quanto vi fosse qualcosa che oltre ad attrarla la spingeva a scappare assecondò quei movimenti, si lasciò toccarle il viso da quelle dita lente, familiari.

     

    “Accidenti lumaca ti vuoi muovere?” La ragazzina correva veloce davanti a lui, le risate si confondevano col sapore della notte.

    Un ragazzo alto più o meno come lei stava tentando di raggiungerla.

    “Se non ti sbrighi non ne vedremo neppure una….lumacaaa” e lei rideva e ancora rideva.

    “Ma non fa troppo freddo?”

    “Macché, è estate, dov’è il barattolo?”

     

    Il profilo degli alberi si stagliava fiducioso accanto a loro.

    “Eccolo” Ma il ragazzo non la pensava come lei, mimò un sonoro “brrr”.

    Avevano entrambi le ginocchia felicemente sbucciate.

    “Guarda, eccola lì, anzi guarda, eccole guarda quante.” La ragazza fece la bocca a “o” allungando la frase.

    “Non riusciremo mai a prenderle, sii ragionevole.”

    “Affatto” E quel viso buffo fece una faccia dispettosa.

     Alla luce delle lucciole che ancora non avevano preso risaltarono le leggere lentiggini.

    “Non ne prenderemo neppure una, e anzi io in compenso prenderò un raffreddore.”

    La ragazza gli diede una spinta col braccio abbronzato, lui rise. In realtà non le importava un accidente del raffreddore e del fatto che prendere una lucciola con quel contenitore era quasi impossibile. Ricambiò la spinta ridendo. Lei aprì il barattolo appoggiando il piccolo coperchio bianco sulla terra molle.

    “Allora, appena ne vediamo una, io la metto nel barattolo, e tu ci metti la tua mano sopra così non scappa.” La ragazzina proferì questo con la massima serietà.

    “Perché la mia di mano?”

    “A me fa senso…”

    “Bene, e cosa ti fa pensare che io lo farò?”

    Lei allora si avvicinò, odore di resina, rosmarino e fragola. Fece aderire le sue labbra a quelle di lui, le lingue pigramente si toccarono, le scarpe di tela di lei fecero gracchiare un legnetto.

     Improvvisamente lei si staccò.

    “D’accordo, lo farò.”

    “Lo so.” Lei iniziava a sperimentare il sapore di una malizia che non c’era.

    Alla fine riuscirono a farlo.

    Si sdraiarono con il barattolo per terra.

    I giacchetti di jeans sotto la testa, gli occhi in alto e una lucciola che sbatteva le ali in un barattolo poco distante.

    “Ci siamo riusciti” Lui era incredulo.

    “Noi possiamo fare tutto.” E guardarono quell’animaletto che illuminava tenuemente il posto in cui erano seduti.

    “Credi nelle fate?” Sammy si girò e guardò fisso Carlo.

    “No.” Lui aveva un sorriso beato, appagato.

    “Eppure, non ti sembra che in una notte come questa non ci sarebbe nulla di male a credere nelle fate?” Nella voce di lei una supplica.

    “Quando ero piccola mi sembrava che le favole potessero convivere con me, le streghe, le fate, i folletti… la realtà e la fantasia non sembravano distinte. E stasera con te, in questo bosco, mi sembra che questo sia ancora possibile.”

    E lanciò uno sguardo alla lucetta che avevano intrappolato, a quel riflesso che prima o poi avrebbero dovuto liberare e restituire alla notte.

    “Sam non ti spaventano i giorni in cui penseremo che imprigionare una lucciola non sia possibile?”

     

     

    Le lingue dell’uomo e della donna si incontrarono, dolcemente, lui sussultò.

    Le mani di lui scesero sulla pancia, la toccava come se avesse paura di distruggerla , il palmo della mano si fermò a lungo vicino all’ombellico di lei.

    Sam sentiva il calore di quel palmo ed ebbe l’irragionevole paura che lui le stesse rubando la poca energia che le era rimasta.

    June 16

    A mia nonna e alle sue storie da raccontare...

    “… Noi abbiamo bisogno di aria per respirare, di acqua per bere, noi soffochiamo senz’aria e senz’acqua: allora perché andare? Perché?”

     “Per la stessa ragione che ci fa mettere al mondo i figli. Perché abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale. Non vorremmo morire: però la morte esiste, e , poiché esiste, partoriamo figli che partoriranno altri figli che partoriranno altri figli, all’infinito, e questo ci regala all’eternità. Non dimentichiamolo: la Terra può morire, può esplodere, il Sole può spengersi, si spengerà.

    E se il Sole muore, se la Terra muore, se la nostra razza muore con la Terra e col Sole, allora anche ciò che abbiamo fatto fino a quel momento muore. E muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo, e muore Leonardo, e muore Shakespeare, e muore Einstein, e muoiono tutti coloro che non sono morti perché noi viviamo, perché noi li pensiamo, perché noi li portiamo dentro e addosso. E allora ogni cosa, ogni ricordo, precipita nel buoi con noi. Salviamoli, dunque, salviamoci.

     

    Prepariamoci a scappare, scappiamo per continuare la vita su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti le nostre città: non saremo a lungo terrestri! E se davvero temiamo il buio, se davvero lo combattiamo, allora, per il bene di tutti, prendiamo i nostri razzi, abituiamoci al gran freddo, al gran caldo, all’acqua che non c’è, all’ossigeno che non c’è, diventiamo marziani su Marte, venusiani su Venere, e quando anche Marte morirà, quando anche Venere morirà, andiamo in altri sistemi solari, su Alfa Centauri, ovunque riusciremo ad andare, e scordiamo la Terra. Scordiamo il nostro sistema solare, scordiamo il nostro corpo, la forma che aveva, queste braccia queste gambe questi occhi, diventiamo non importa come, diventiamo licheni, insetti, sfere di fuoco, non importa cosa, importa solo che in qualche modo la vita continui, e con la vita continui la coscienza di ciò che fummo e facemmo e imparammo: la coscienza di Omero, la coscienza di Michelangelo, la coscienza di Galileo, di Leonardo, Shakespeare, di Einstein! E il dono della vita continuerà in eterno.”

                                                                                                                                                        Oriana Fallaci "Se il sole muore". 

     

    April 05

    Da "nell'anima mia"

     

    Sopportai la sua condotta errabonda con più pazienza di quanto sarebbe stato ragionevole,perché avevo la mente offuscata e il corpo ardeva inquieto,come sempre mi succede quando c'è di mezzo l'amore.

     Juan mi faceva ridere,mi divertiva con canzoni e versi audaci,mi addolciva a baci.  Gli bastava sfiorarmi per trasformare il mio pianto in sospiri e la mia collera in desiderio.Com'è accomodante l'amore che perdona qualsiasi cosa!

     Non ho dimenticato il nostro primo abbraccio,nascosti tra gli arbusti di un bosco. Era estate e la terra palpitava,tiepida,fertile,odorosa di alloro. Ci allontanammo da Plasencia e scendemmo la collina.  Ci ritrovammo al fiume e corremmo mano nella mano verso la boscaglia dove trovammo un luogo lontano dal sentiero. Juan raccolse delle foglie,si tolse la giubba perché mi ci potessi sedere sopra e poi mi insegnò senza nessuna fretta le cerimonie del piacere.  Ci eravamo portati una bottiglia di vino che bevemmo a maliziose sorsate uno dalla bocca dell'altro. Baci,vino,risate,il calore sprigionato dalla terra e noi innamorati. Mi tolse la blusa e la camicia e mi leccò i seni dicendo che sembravano pesche dolci e mature. E continuò a esplorarmi con la lingua fino a che credetti di morire di piacere e d'amore. Ricordo che si sdraiò supino sulle foglie e volle che lo cavalcassi,nuda,umida di sudore e di desiderio,perché dovevo essere io a imporre il ritmo alla nostra danza. Così a poco a poco,come per gioco,senza paura né dolore. In un momento di estasi alzai gli occhi verso la verde cupola del bosco e,oltre,verso il cielo ardente dell'estate,gridai a lungo per pura e semplice allegria. In assenza di Juan la passione mi si raffreddava,l'ira mi infiammava e decidevo di cancellarlo dalla mia vita;ma immediatamente ricompariva con una scusa qualunque e le sue sapienti mani da grande amatore mi costringevano a cedere. E così ricominciava un identico ciclo:seduzione,promesse,resa,la gioia dell'amore e la sofferenza di una nuova separazione. Sapevo perfettamente grazie ai consigli di mia sorella e delle sue amiche che il modo migliore per dominare un uomo è negargli i propri favori,ma nemmeno una santa martire sarebbe stata in grado di resistere a Juan de Malaga. Ero io a cercare le occasione per stare da sola con lui e fare l'amore ovunque,non solo dietro le porte. Aveva un talento straordinario,che non ho più ritrovato in nessun uomo,per rendermi felice in qualsiasi posizione e in pochi minuti. Il mio piacere gli interessava più del suo. Imparò la mappa del mio corpo e me la insegnò affinché potessi anche goderne da sola.

     

    "MA QUANTO SEI BELLA" mi ripeteva.

     

    October 10

    Before Sunset/Prima del tramonto

     

     

     

    Céline: Stavo bene prima di leggere il tuo libro, mi ha riaperto la ferita, mi ha fatto ricordare quanto ero romantica allora, quante speranze coltivavo, ora al contrario non credo più in niente che riguardi l’amore, certi sentimenti io non li provo più, è come se avessi speso tutto il mio romanticismo quella notte. Non ho più provato emozioni all’altezza di quelle da allora. Quasi se ne fosse andata via una parte di me che io avevo espresso a te e tu ti eri portato via. Da allora …il gelo.

    Jesse: No, non ci posso credere, non ti voglio credere.

    Céline: Te ne dico un’altra, realtà e amore ora sono quasi una contraddizione per me. Che significa l’uomo giusto? Il grande amore? E’ un’idea assurda! Solo la possibilità di completarci con un’altra persona è deleteria.

    Jesse: E va bene, senti io oggi sono… molto felice perché sono qui con te e in particolare perché non ti sei dimenticata di me. Mi credi?

    Céline: Non ti ho dimenticato e la cosa mi fa incazzare, vieni qui a Parigi tutto romantico e sposato, chiaro? Vaffanculo. Non mi fraintendere non voglio niente da te, l’ultima cosa di cui ho bisogno è un uomo sposato ed è passata tanta acqua sotto i ponti… non sei più tu il rimpianto, è il tempo, quel momento perfetto perduto per l’eternità…non lo so.

    Jesse: Senti te lo ripeto io sono comunque felice di averti rivisto e anche se sei diventata un’incazzosa attivista maniaco-depressiva ancora mi piaci, ancora mi diverto a stare con te.

    Céline: (ride) Lo stesso vale per me. Non so cosa mi è preso…La mia vita sentimentale è così fallimentare, e il mio modo di fare inganna, io sembro distaccata ma muoio dentro in realtà e muoio perché non provo dolore o altre emozioni, nemmeno amarezza…solo…

    Jesse: Credi di essere l’unica a morire dentro? La mia vita è per 24ore al giorno una merda. L’unico momento felice è quando esco con mio figlio. Sono stato da un consulente matrimoniale, ho fatto cose che mai pensavo di fare, ho acceso candele, ho comprato libri sull’argomento, della lingerie…

    Céline: Le candele hanno aiutato?

    Jesse: Ma quando mai, no, guarda io non amo il modo in cui lei vuole essere amata, non riesco a vedere un futuro per noi, poi però guardo mio figlio, là seduto a tavola, davanti a me e decido di subire qualsiasi tortura per stare con lui ogni minuto della sua vita.  In più ci sono i miei sogni a complicare le cose.

    Céline : Quali sogni?

    Jesse: Niente,  sogni ricorrenti nei quali sto alla stazione, al binario e tu continui a passare su un treno in corsa e…passi, passi e ripassi e ripassi e io mi sveglio tutto sudato e non è l’unico sogno, ce n’è pure uno in cui tu sei incinta, sei a letto accanto a me, nuda e io muoio dalla voglia di toccarti ma tu mi dici di non farlo e poi ti volti e io ti tocco ugualmente. Ti tocco la caviglia ed è così liscia la tua pelle che mi sveglio piangendo sconsolato. E mia moglie è sveglia anche lei,mi guarda e io mi sento a migliaia di chilometri e so che c’è qualcosa di sbagliato  e che è inutile non si può vivere così, deve esserci qualcosa in più del semplice impegno  ma poi mi dico che avrei potuto lasciar perdere quest’idea assurda dell’amore romantico, l’avrei potuta archiviare, quel giorno, quando non sei venuta. Avrei potuto e forse avrei dovuto farlo.

    August 03

    ...Our secret...

    ....Poteva respirare a pieni polmoni quell’aria frizzantina di inizio settembre, sentire le sue scarpe di gomma sui gradini di tufo, le risate spensierate, l’erba bagnata di rugiada sotto il palmo della mano, la sensazione del muschio sotto i polpastrelli e lei era lì in quei suoi ricordi che sapevano di fantasia. Ridevano insieme mentre in silenzio un bacio, un tocco, un inizio nascevano sotto il monastero, poteva sentire la presenza di quell’imponente edificio proprio sopra di loro, i mattoncini marroni, e quella profonda idea di sacro e di terrore insieme che trascinava le menti. Eppure sapeva di buono, di mistero, di anni, di storia, di presente e passato legati insieme, in quel luogo mistico, ideale ; un monastero. Che accadeva poi? Era difficile dirlo, di netto c’era solo una vaghezza ingrata che al contrario del quadro lasciava intuire ma non vedere. Lei parlava? In quel caso non lo ricordava, non sentiva che suono avesse quella voce, non sapeva se rimbombava sotto il monastero, se sapeva di illecito pure lei. La gonna, quella si, senza saperne distinguere i colori, solo un vago sentore di blu, o quello era il cielo?...[...] Sentiva, subito dopo la delusione per il falò mancato la familiarità di un varco trovato tra il tufo, si era nascosto lì per farle uno scherzo, immaginava il momento in cui lei avrebbe urlato ed in cui lui l’avrebbe stretta, forse era una scusa questa del gioco o forse solo un desiderio espresso con una bugia...

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    July 31

    Tratto dal mio romanzo (non ancora finito)...

    Le aveva riconosciute immediatamente, ma aveva dato retta all’istinto e aveva fatto finta di niente. Per un attimo, quando le aveva viste entrare era quasi svenuto pensando che anche lei fosse lì, poi la delusione gli aveva fatto sopportare meglio la serata.

    Mentre Carlo era assorto nei suoi pensieri una macchina varcò il cancello e si parcheggiò vicino a lui.

    Era una Peugeot.

    La ragazza al volante sembrò non notarlo e lui decise di aspettare un attimo prima di salire in macchina a sua volta, era curioso di sapere chi altro era stato invitato. La vide trafficare un po’ prima di aprire la portiera, si slacciò la cintura, tirò su i finestrini, spense lo stereo e finalmente scese.

    Il buio lasciò intravedere il colore dei suoi capelli e le sue spalle, spalle da donna.    

    La riconobbe all’istante, riconobbe il suo modo di camminare, riconobbe i lineamenti del suo viso quasi come se l’avesse intagliata lui nel legno e lei avesse preso vita, quasi come se avesse passato la sua esistenza a studiarli e ora se li fosse ritrovati davanti. Lei portava una gonna blu, la gonna con la quale la pensava di solito.

     La ragazza chiuse l’auto, alzò la testa e si accorse di lui, Carlo allora incontrò quegli occhi che aveva incrociato già migliaia di volte, sembravano stanchi, arrossati e la bocca non accennava un sorriso, nemmeno a lui che ne aveva già visti tanti stampati proprio lì, proprio dove le labbra ora si ostinavano a formare una linea dritta. Si chiese cosa le aveva fatto il mondo per spegnere la vivacità con la quale lui la ricordava. Le leggi della fisica persero valore, per un tempo imprecisato rimasero così, uno di fronte all’altra, incapaci di fare un qualunque gesto, incapaci di opporsi a quel campo magnetico.

    Lui avrebbe voluto avvicinarsi di più, avrebbe voluto toccarla per assicurarsi che fosse lei e si mosse infatti, solo un passo, i sassi scricchiolarono sotto il suo piede destro, un gatto miagolò e lei sparì verso la luce accesa, come un sogno interrotto troppo presto. Carlo pensò di seguirla ma qualcosa, forse la stessa cosa che aveva fatto fuggire lei lo spinse a salire in macchina e a correre più veloce che poteva verso casa.

       

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    Sammy era entrata nel vialetto, era sicura che la casa fosse quella, aveva un sesto senso per queste cose. Le ruote della macchina produssero il classico suono che producono i pneumatici sulla ghiaia, poi si trovò di fronte alla casa e parcheggiò vicino ad una mercedes nera. Rimase sorpresa, non pensava che Paolo fosse così ricco. Più giù riconobbe la macchina di Sophia. Si slacciò la cintura, tirò su i finestrini e scese controllando che la gonna blu non si fosse stropicciata troppo. Fece due passi e si accorse che un uomo vicino alla mercedes la stava guardando con insistenza, forse era quel Paolo, si voltò curiosa e rimase impietrita. Mai, nemmeno una volta, aveva preso in considerazione l’idea di rivederlo, ed ora lui se ne stava lì a guardarla e i suoi occhi lasciavano trapelare solo la sorpresa. Forse lui si era accorto che non era più bella come prima? Per quanto imbarazzata non riusciva a muoversi, a parlare, a fare un qualunque gesto. Se ne rimase lì a guardare quell’uomo vestito elegantemente cercando di riconoscervi il ragazzo con il quale correva nei prati, il ragazzo con il quale aveva fatto l’amore per la prima volta.

    Ma l’uomo fece un passo nella sua direzione e l’incantesimo che le impediva di muoversi si ruppe, si diresse in tutta fretta verso la casa gialla, rimase nascosta nell’oscurità senza bussare, chiedendosi se lui l’avrebbe seguita, poi lo vide salire in macchina e sparire e lei si dimenticò lo scopo di quella serata e poco dopo lo imitò.

    Indugiò solo un attimo nel punto in cui erano rimasti a fissarsi. 

    May 19

    Scritto sul corpo

     

    Perchè è la perdita la misura dell'amore?

     

     

     

    Non piove da tre mesi.

    Gli alberi scavano sonde sottoterra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che

    aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d'acqua. I grappoli si sono appassiti sulle viti.

    Ciò che dovrebbe essere turgido e sodo, resistente al tatto per aprirsi in bocca, è spugnoso e piagato.

    Quest'anno non avrò il  piacere di rigirare gli acini bluastri fra indice e pollice e di

    impregnarmi  di muschio  il   palmo  della mano.

     

     

                                                                                                  Jeanet Winderson

     

    May 02

    Angelica

            
      ...Angelica si crede vuota 
                           come una conchiglia neppure buona
                                                              per sentire il mare....
     
                 .